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Recensione Warm Bodies, Isaac Marion: l’amore al tempo degli zombie

Ho appena finito di leggere il libro Warm Bodies di Isaac Marion. Sì, lo so, è uscito un po’ di tempo fa, però visto che in questi giorni hanno fatto un gran strombazzare di pubblicità all’uscita del film omonimo, non ho resistito alla tentazione e ho comprato il libro. Anche in vista di una possibile, futura visione del film: in questo modo potrò comparare con cognizione di causa le eventuali ed inevitabili differenze fra trasposizione cinematografica e romanzo.

Che dire? Meno peggio di quanto mi aspettassi. L’idea di uno zombie che torna in vita dal punto di vista medico onestamente mi intriga: come possono delle cellule morte, in necrosi tornare in vita? Tecnicamente è impossibile, ma l’ammmore (con tre emme solo perché siamo in prossimità di San Valentino) tutto può. In fin dei conti se le uniche cellule vive di un vampiro che, per sua stessa ammissione, ha un corpo morto, sono gli spermatozoi che gli permettono di mettere incinta la sua neo sposina (ogni riferimento non è puramente casuale), perché non possono tornare in vita anche tutte le altre?

Ovviamente per fare un ragionamento simile devi mettere da parte ogni minima conoscenza scientifica in tuo possesso. Il libro, a differenza di quanto fa la Meyer con Twilight, non si prende molto sul serio, l’ironia si spreca, soprattutto da parte del protagonista R. Questa è forse la parte più interessante del tutto: siamo abituati a vedere il mondo con gli occhi tormentati dei vampiri, con quelli lunatici dei licantropi, persino con quelli di demoni, angeli, streghe e di ogni creatura paranormale o fantastica che vi venga in mente, però dal punto di vista di uno zombie mi mancava.

Se poi il suddetto zombie lo fa con una certa ironia, ben venga. Veniamo ora alle note dolenti. La parte relativa alla storia d’amore è a dir poco trita e ritrita: la bella di turno e il mostro che si innamorano, una sorta di rivisitazione della Bella e della Bestia. E se la Bestia sbavava, almeno non cadeva a pezzi. Qui invece appare ridicolo che una possa innamorarsi di un cadavere che puzza e perde i pezzi. Anche se qui furbescamente l’autore mette davanti alla nostra Bella lo zombie meno putrefatto della storia, con tutti i pezzi al suo posto, non puzza neppure ed è anche belloccio. E ti pareva, voglio vedere se si innamorava di quello con le viscere di fuori e mezza faccia mancante, pur magari filosofico come il nostro R! Quello sì che sarebbe stato un colpo di scena.

Lodevole il tentativo di Marion di fare della critica sociale, almeno ci prova, non ci propina solo una lettura per teenager ormonalmente impazziti e pronti ad innamorarsi del primo termosifone che gli si para davanti. Anche se lo fa in maniera così evidente che fa sorridere, un plauso però al tentativo. Anche se non basta citare Gilgamesh per elevare un romanzo. Per quanto riguarda lo stile di scrittura, è quello classico che va di moda adesso: semplice, lineare, senza troppi svolazzi, tanto per strizzare l’occhio a un pubblico giovanile a cui viene il mal di testa se vede una frase con più di una virgola.

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