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Recensione Un covo di vipere di Andrea Camilleri: torna il Montalbano storico

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… e per forza mi viene da dire, il libro in realtà è stato scritto nel 2008! Se non volete spoiler sulla trama, non continuate a leggere la recensione di Un covo di vipere di Andrea Camilleri perché è quasi sicuro che me ne scapperà qualcuno. Dunque, la storia va così. Apprendo che sta per uscire un nuovo libro di Camilleri e, gioia fra le gioie, scopro che si tratta di una nuova avventura del Commissario Montalbano nella sua Vigatà. Bene, non che gli altri romanzi di Camilleri non mi piacciano, di lui leggerei anche la lista della spesa, ma Montalbano è Montalbano!

Lo leggi in un assolato pomeriggio, ventilato il giusto, trovi tutto ciò che ami di più nei romanzi di Camilleri e alla fine del libro scopri che il romanzo era stato scritto nel 2008, ma che la sua data di pubblicazione è stata rinviata perché se no cadeva troppo a ridosso con quella del 2004 di La luna di carta: entrambe le opere hanno molti punti in comune.

E a questo punto penso: non me ne importa un accidenti, il libro mi è piaciuto punto e basta. Però il fatto di sapere che è stato scritto nel 2008 spiega lo stile diverso dagli ultimi romanzi di Montalbano a cui siamo ormai assuefatti, come per esempio Una lama di luce. Per esempio gli accenni all’invecchiamento e alla solitudine di Salvo ci sono, ma occupano molto meno spazio rispetto agli ultimi libri. Inoltre maggiore spazio hanno altri personaggi storici, come il pm Tommaseo e soprattutto Mimi Augello, qui non più macchietta fine a sé stesso, bensì cervello fino anche durante le indagini.

Spazio anche a Catarella e alle sue fantasiose interpretazioni dei nomi, ai pizzini di Fazio (protagonista di una scenetta indimenticabile), compare Adelina con la sua cucina sopraffina, Enzo, il questore e parecchio spazio ha anche Livia: negli ultimi romanzi l’abbiamo fortunatamente sentita solo al telefono, qui compare anche fisicamente. Ma questa volta la perdoniamo perché la scenetta da gesuita di Montalbano riferita alla cucina di Livia è assolutamente esilarante.

Interessante anche l’indagine, forse un po’ più prevedibile del solito, ma occupa la totalità della scena e in fin dei conti è un giallo per cui ben venga. Che dire? A me è piaciuto, c’erano tutti i clichè a cui Camilleri ci ha abituati, è stato come ritrovare dei vecchi amici. Qualcuno magari si annoierà, vorrebbe qualcosa di innovativo in Montalbano, però trovo che Camilleri stia descrivendo i suoi personaggi esattamente come se fossero delle persone reali, ognuna con le proprie idiosincrasie, atteggiamenti e modi di dire e di fare che ci portiamo dietro fino alla tomba.

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